Un inaspettato benefattore, il mio nuovo romance… Quando, in un mercoledì qualunque, mister D. entrò nella mia vita

Buongiorno a tutti i miei lettori… oggi vi parlo di Jerusha e del destino che ha cambiato la sua vita improvvisamente in un mercoledì come tanti…


Quando, in un mercoledì qualunque, mister D. entrò nella mia vita

…Apro gli occhi e mi accorgo che la mia stanza è immersa nell’oscurità.
Oltre i vetri il cielo è ormai buio.
Accidenti ma quanto ho dormito? mi alzo a fatica.
Mi sento a pezzi.
Mi sento bruciare di febbre e la testa mi scoppia.
Maledizione, mi sa che mi sono veramente presa un malanno.
Il massimo della sfortuna.
L’influenza in primavera.
Quando il mondo si risveglia, il mio corpo ha deciso di crollare.
Accendo le luci e apro il computer portatile.
Dannazione a questa gola.
Mi sembra che le tonsille si siano talmente gonfiate e spingano tentando di evadere. E che male mi fanno. Il naso mi cola.
Eh sì, credo proprio di essermi presa una bella influenza, con annesso mal di gola, che non ci sta mai male in questa stagione.
Perché quando faccio le cose, io le faccio bene. Altrimenti che gusto c’è?
Quasi quasi mi organizzo per arrivare a una bella polmonite. E poi non si dica che non mi impegno per superare i miei limiti.
Intanto tossisco come una fumatrice incallita sputacchiando i miei batteri ovunque.
Osservo il monitor del computer dopo aver aperto il programma di posta elettronica.
Nessun messaggio.
Niente risposte da mister D. e io dovrei scrivergli il solito articolo.
Come da accordi.
Un articolo a settimana.
Avrei dovuto scriverlo ieri pomeriggio ma sono stata impegnata.
Mi sono detta: «Lo faccio domani, tanto sono in tempo».
Ma, come si dice: non rimandare a domani quello che potresti fare oggi.
Perché poi ti viene la tonsillite e non riesci a pensare.
Un articolo a settimana e mai una sola risposta.
Comincio a scocciarmi di questa situazione.
Non dico di scrivermi lettere fiume come faccio io a lui, ma almeno un cenno di presa visione delle mie comunicazioni.
Che so anche solo un ricevuto, mi basterebbe un semplice OK.
Giusto per tenere a bada il senso di frustrazione che mi assale quando mi rendo conto che io comunico al nulla, che ogni mia parola cade nel vuoto più assoluto.
È vero che questi erano gli accordi fin dall’inizio.
Io scrivo e invio un articolo alla settimana e lui non risponde.
Almeno così erano le istruzioni. Ma è anche vero che io dovrei limitarmi a scrivergli una mail su un argomento a scelta, impostata come se fosse un articolo.
Invece da quando ho iniziato questo corso universitario, o meglio da quando lui, mister D., il mio inaspettato benefattore, mi ha concesso di iniziare a studiare per diventare giornalista, quell’anonimo indirizzo mail è diventato una sorta di finestra sul mondo e sulla sua vita.
Non so chi sia. Non ho minimamente idea di come si chiami.
Altra stupida condizione dell’accordo.
Ma, soprattutto, non dovrò mai cercare di scoprirlo.
Nemmeno per ringraziarlo di persona per quello che sta facendo per me.
All’inizio mi sembrava strano non poter dire grazie a qualcuno che si stava prendendo cura di me.
Cosa che praticamente non è mai capitata nei diciotto anni della mia esistenza.
Però l’offerta era impossibile da rifiutare.
L’università pagata fino alla laurea, un fondo spese per le mie necessità e in cambio solo una mail alla settimana, impostata come un articolo.
Considerando che studio giornalismo, secondo la signora Lippett, la direttrice dell’istituto John Grier da dove vengo, dovrebbe essere una sorta di dimostrazione dei miei progressi.
In cambio però non devo sapere nulla di lui.
Tra le cose di prima necessità mi ha fatto trovare un portatile, un indirizzo mail dove posso scrivergli, un cellulare per le emergenze e uno stupido nome di fantasia: John Smith.
Chiamala fantasia.
Poteva almeno inventarsi qualcosa di più originale.
Cosa che io gli ho scritto in una delle prime lettere.
Mi rifiutavo di chiamarlo John Smith.
Offendeva la mia intelligenza e la mia creatività.
Così ho cominciato a chiamarlo mister D. dove D. sta per Daddy.
Non perché lo consideri un padre.
Lo considero la cosa più simile a una famiglia che io conosca.
Ma non posso dire che nutro per lui un affetto filiale.
Non riesco nemmeno a immaginarlo fisicamente.
È solo un’entità astratta per me… molto astratta.
Comunque stavo dicendo che D. sta per Daddy, non nel senso di papà ma nel senso di Daddy–Long–Legs.
Il ragno Papà Gambalunga.
Quei ragni dal corpo piccolo e le numerose zampette lunghissime.
Il soprannome nasce da un evento curioso che lo riguarda.
Perché io dico di non conoscerlo ma, in realtà, una volta sono perfino riuscita a vederlo.
O meglio, a vedere la sua ombra.
Era uno di quei maledetti mercoledì, il primo mercoledì del mese, dove all’istituto John Grier ci sono le visite dei provibiri.

…continua

estratto da Un inaspettato benefattore

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Pubblicato da Adele Ross writer

Writing Coach, Scrittrice e Gostwriter…. sono una scrittrice tra il serio e il faceto 📚. Scrivo libri tra il #romance💋 e lo #humor😂 (ma anche altro, a volte)… scrivo per amore, scrivo d’amore ma prevalentemente vivo. L’ironia mi ha salvato la vita anche se a volte litighiamo. Per i miei servizi editoriali, writing coaching e corsi di scrittura visitare il sito: https://lostudiodiadele.wordpress.com/

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